Quo vadis, Aida ? : Quando il cinema ricorda il fallimento del sistema internazionale a Srebrenica
- 1 mai
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Nel luglio del 1995, nel cuore dell’Europa, più di 8.000 uomini e ragazzi bosniaci furono uccisi dalle forze serbo-bosniache nei dintorni di Srebrenica. Vent’anni più tardi, questo nome risuona come quello del più grande massacro compiuto sul continente dopo la Seconda guerra mondiale.Eppure, non si tratta soltanto di una tragedia locale: è anche il simbolo del fallimento del sistema internazionale che avrebbe dovuto proteggere le popolazioni civili.
È questo abisso morale e politico che mette in luce Jasmila Zbanić in Quo vadis, Aida? Il film non cerca di ricostruire l’intera vicenda della guerra in Bosnia: si concentra sulla storia di Aida, traduttrice per l’ONU, che vede la sua famiglia inghiottita dall’ingranaggio del genocidio. Attraverso il suo sguardo, scopriamo dall’interno l’impotenza dei caschi blu olandesi, ridotti ad aspettare, paralizzati da mandati ambigui e dalla mancanza di supporto militare.
La trappola di Srebrenica : una "zona di sicurezza" illusoria
Nell’aprile del 1993, di fronte all’avanzata delle forze dei serbi bosniaci e ai massacri dei bosgnacchi — i civili bosniaci musulmani — il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ricorre alla risoluzione 819, proclamando Srebrenica “zona di sicurezza”. Questa decisione, a prima vista protettrice, portava con sé un terribile paradosso: l’ONU affermava di voler proteggere la popolazione civile ma senza disporre dei mezzi militari necessari per assicurare quella protezione.
Srebrenica era una piccola enclave sotto assedio, circondata dall’Esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (Vojska Republike Srpske, VRS) e isolata dal resto del territorio controllato dal governo di Sarajevo. Vi si erano rifugiati a decine di migliaia: si stima che quasi 40.000 persone rimasero ammassate nella città e nelle zone limitrofe all’inizio dell’estate 1995. Le condizioni umanitarie erano catastrofiche: mancanza di alimenti, di cure mediche, e bombardamenti continui. La “zona di sicurezza” doveva essere demilitarizzata. In teoria, le forze bosniache presenti nell’enclave avrebbero dovuto deporre le armi, mentre l’ONU garantiva la loro sicurezza. In pratica, i serbi di Bosnia non rispettarono mai l’ordine di demilitarizzazione e l’ONU non dispose mai dei mezzi per farlo rispettare. Alcune centinaia di caschi blu olandesi, i Dutchbat, furono inviati nella zona, ma non disponevano né di armi pesanti né di un chiaro mandato che permettesse loro di fare uso della forza.
Quando, nel luglio 1995, il generale Ratko Mladić lancia la sua offensiva, la trappola si chiude. I soldati olandesi, presi alla sprovvista, richiedono attacchi aerei dalla NATO per respingere l’avanzata serba. Ma le richieste passano attraverso una catena di comandi complessa e lenta, subordinata a varie esitazioni sia a New York che a Bruxelles. Gli attacchi autorizzati sono tardivi e limitati, insufficienti a fermare l’offensiva.
A partire dall’11 luglio, Mladić entra trionfalmente a Srebrenica. Si mette in scena di fronte alle telecamere, distribuendo pane e acqua ai rifugiati terrorizzati, prima di ordinare la separazione di uomini e donne. Davanti ai caschi blu impotenti, più di 20.000 donne, bambini e anziani vengono espulsi verso il territorio bosniaco. Al contrario, circa 8.000 uomini e adolescenti vengono metodicamente arrestati, uccisi nelle foreste, nei magazzini o nelle scuole circostanti, e poi sepolti in fosse comuni.
La “zona di sicurezza” si è rivelata un illusione tragica. Invece di proteggere, ha creato una concentrazione di popolazione indifesa, alla mercé dei suoi carnefici. Per le vittime, la promessa internazionale di protezione si è trasformata in una trappola mortale. Per l’ONU, Srebrenica rimane uno dei fallimenti più clamorosi della sua storia, un collasso militare, politico e morale.
Il fallimento del sistema internazionale
Il massacro di Srebrenica non è soltanto la storia di una città assediata e di una popolazione tradita, ma anche il simbolo del fallimento dell’intero sistema internazionale. Fu tutt’altro che un “incidente”: rivelò invece le contraddizioni profonde dell’ONU, un’organizzazione nata dopo il 1945 con l’ambizione di proteggere le generazioni future, dal «flagello della guerra» (Dichiarazione sulla responsabilità delle generazioni presenti nei confronti delle generazioni future, 12 novembre 1997, articolo 9). Le Nazioni Unite erano state fondate per prevenire i conflitti tra gli Stati sovrani e assicurare un equilibrio tra le grandi potenze. Il Consiglio di Sicurezza, controllato da cinque membri permanenti (Stati Uniti, Unione Sovietica – poi Russia –, Cina, Regno Unito e Francia) funzionava come un’arena in cui si esercitava la deterrenza reciproca. Alla fine della guerra fredda, però, sorse una nuova realtà, fatta di conflitti interni, di pulizie etniche e di strategie di guerra dirette contro la stessa popolazione civile che si dichiarava di voler proteggere.
In Bosnia, questo divario tra dichiarazioni e realtà fu evidente. L’ONU utilizzò i caschi blu senza un mandato chiaro, come se una missione di sorveglianza potesse bastare a contenere un’operazione di conquista territoriale e di pulizia etnica. Lo strumento ereditato dal periodo della guerra fredda, il mantenimento di una pace neutra e passiva, si dimostrò inadatto a una guerra dove le parti avevano come obiettivo dichiarato lo sterminio o l’espulsione di un gruppo.
Il fallimento dipese anche dalle scelte politiche delle grandi potenze. Gli Stati Uniti, concentrati sulle loro priorità strategiche, esitarono a mobilitare le loro forze. La Francia e il Regno Unito, che avevano già dei soldati in campo, temevano ritorsioni serbe contro i loro contingenti se fossero stati autorizzati attacchi massicci. Nonostante fosse pronta ad entrare in azione, la NATO non poteva intervenire senza il via libera esplicito del Consiglio di Sicurezza e degli alti comandi dell’ONU. Questo labirinto decisionale paralizzò qualsiasi reazione efficace.
Così, Srebrenica fu sacrificata sull’altare della prudenza diplomatica. Le grandi potenze privilegiarono i loro soldati e i loro interessi politici a breve termine piuttosto che proteggere la popolazione civile, nonostante questa protezione fosse garantita dalle risoluzioni internazionali.
Al massacro seguì uno choc immenso. Il tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIY), creato nel 1993, riconobbe quello che era accaduto a Srebrenica come genocidio e condannò i diversi responsabili, tra cui Mladić e Radovan Karadžić. Ma questa giustizia, ottenuta solo diversi anni dopo i fatti, non può nascondere la responsabilità primaria: quella di un sistema internazionale che aveva fallito nella sua missione di prevenzione.
Nel 1999, l’ONU pubblicò un rapporto d’autocritica inedito, riconoscendo la propria “responsabilità morale” nella tragedia. Questo riconoscimento contribuì a l’emergere di un nuovo concetto, quello di Responsabilità di Proteggere (R2P: Responsibility to Protect), adottato ufficialmente come parte del diritto internazionale nel 2005. Secondo questo principio, la comunità internazionale ha il dovere di intervenire, anche militarmente, quando uno Stato non riesce a proteggere la propria popolazione di fronte a dei crimini di massa. Ma nonostante questi avanzamenti, Srebrenica ci ricorda che i principi restano fragili. In Siria, in Myanmar, o anche di fronte ai crimini contro i civili in Ucraina e in Sudan, le divisioni del Consiglio di Sicurezza e la realpolitik continuano a limitare gli interventi della comunità internazionale.
Srebrenica racconta quindi di un sistema internazionale incapace di reinventarsi in tempo. L’ONU, prigioniero della sua eredità, e le grandi potenze, paralizzate dalle loro stesse strategie, hanno permesso che un genocidio avesse luogo nel cuore dell’Europa, cinquant’anni dopo la Shoah. Il fallimento fu militare, politico, diplomatico e morale.
Quo vadis, Aida ? rende questo fallimento tangibile. Il film non si sofferma sulle astrazioni diplomatiche, ma mostra direttamente l’effetto che queste scelte “dall’alto” hanno avuto sulla vita delle persone: l’inerzia dei caschi blu, le promesse vuote, l’angoscia dei civili abbandonati. A traverso lo sguardo di una donna, possiamo osservare l’abisso di un sistema internazionale che, malgrado le sue risoluzioni, non ha saputo salvare coloro che aveva giurato di proteggere.
Memoria e presente : in che modo Quo vadis, Aida ? interpella il nostro tempo
Se i rapporti ufficiali e i giudizi internazionali riconsegnano le cifre, le date e le responsabilità, Quo vadis, Aida? restituisce qualcos’altro: l’esperienza vissuta dell’abbandono, lo sgomento delle vittime di fronte alla bugia di una protezione internazionale che non è mai stata assicurata. Il film di Jasmila Zbanić ci fa percepire la carne del dramma di Srebrenica, l’urgenza, il dolore intimo, là dove la Storia ufficiale tenderebbe a levigare le asperità.
Il cinema diviene in questo senso strumento di una memoria attiva. Non cerca di sostituire il ruolo degli archivi né il lavoro degli storici, ma, attraverso la forza sensibile dell’immagine, permette a chiunque di proiettarsi nel passato. Aida, una traduttrice impotente di fronte a due mondi – da una parte, quello della burocrazia dell’ONU, dall’altra, quella dei civili minacciati dalla guerra – incarna la tragedia di una generazione tradita. Attraverso la sua testimonianza, si rivela l’assurdità di un intero sistema.
Il concetto di “responsabilità di proteggere”, che doveva segnare una rottura in questo sistema, resta ancora prigioniero dei rapporti di forza internazionali: senza la volontà politica delle grandi potenze, nessun principio basta a salvare delle vite. È questa constatazione, che il film traduce attraverso l’angoscia di una madre, che deve metterci in allerta, ancora oggi.
Per questo, Quo vadis, Aida? è sia un film di memoria che di avvertimento. Ci ricorda che l’indifferenza della comunità internazionale non è mai neutra: può uccidere per omissione tanto quanto i carnefici uccidono con l’azione. Ci mostra che i genocidi non nascono nel vuoto, ma si installano nelle crepe della passività. Dell’indecisione – diplomatica o strategica – davanti a delle circostanze che chiamerebbero un’azione internazionale repentina e decisa.
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Lessico
Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (1992-1995): repubblica nata dalla disgregazione della Jugoslavia, viene attraversata da una sanguinosa guerra tra i bosgnacchi (musulmani), i croati e i serbi di Bosnia.
Caschi blu (ONU): nome dei soldati inviati nel quadro delle operazioni per il mantenimento della pace delle Nazioni Unite. La natura e le modalità del loro mandato possono variare a seconda delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza.
Consiglio di Sicurezza dell’ONU: organo esecutivo delle Nazioni unite, incaricato di mantenere della pace e di garantire la sicurezza internazionale. Comprende 15 membri, di cui 5 permanenti, che dispongono di un diritto di veto: Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia.
Dutchbat: contingente di caschi blu olandesi (Dutch Battalion) schierato a Srebrenica tra il 1994 e il 1995 e incaricato di proteggere la «zona di sicurezza» proclamata dall’ONU.
Mladić, Ratko: generale serbo-bosniaco, comandante dell’Esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (VRS). Responsabile militare dell’assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica. Nel 2017 è stato condannato al carcere a vita con l’accusa di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
Radovan Karadžić: capo politico dei serbi bosniaci (presidente della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina, ritenuto responsabile di genocidio e di crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIY).
Responsabilità di Proteggere (R2P): principio adottato dall’ONU nel 2005, prescrive alla comunità internazionale di intervenire ogni qualvolta gli Stati non assicurano la protezione delle loro popolazioni di fronte a crimini di massa (genocidio, crimini di guerra, crimini contro l’umanità, pulizia etnica).
Risoluzione 819 (1993): testo adottato dal Consiglio di Sicurezza, proclama Srebrenica «zona di sicurezza» protetta dall’ONU. Restò lettera morta per la mancanza di mezzi militari adeguati.
Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia (TPIY): organo giudiziario creato ad hoc dall’ONU nel 1993 per giudicare i crimini di guerra commessi durante i conflitti nell’ex-Jugoslavia. Ha stabilito la qualifica di genocidio per i fatti di Srebrenica.