L’altro 8 maggio 1945 : Sétif, Guelma, Kherrata – la memoria occultata di un massacro coloniale
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L’8 maggio 1945 il mondo celebra la vittoria contro il nazismo. In Francia è un giorno di festa, in cui si celebra la rinascita dopo il periodo buio dell’occupazione. Ma quello stesso giorno, dall’altra parte del Mediterraneo, in Algeria, avviene uno degli episodi più sanguinanti della storia franco-algerina, e anche uno dei meno ricordati : i massacri di Sétif, Guelma e Kherrata. Questo altro 8 maggio non è quello della libertà ritrovata. È il giorno di una tragedia collettiva, che riapre le ferite di un sistema coloniale brutale di cui la Francia fatica ancora a riconoscere i crimini.
Un'insurrezione nazionalista annegata nel sangue
Nella primavera del 1945, l’Algeria coloniale è un territorio pieno di tensioni. Mentre in Europa la guerra sta per finire, qui le frustrazioni nate da un secolo di colonizzazione francese, d’ingiustizie strutturali e di una cittadinanza diseguale emergono in modo eclatante. Gli Algerini, a maggioranza musulmana, vivono in una condizione di marginalizzazione politica, sociale ed economica. La promessa di uguaglianza e libertà di cui la Francia si era fatta protettrice nella sua lotta contro il nazismo non si applica alle sue colonie e agli “indigeni” che le abitano.
L’8 maggio doveva essere un giorno di festa universale. I nazionalisti algerini – dal Partito del Popolo Algerino (PPA) di Messali Hadj all’Associazione degli Amici del Manifesto e della Libertà (AML) di Ferhat Abbas – avevano deciso di celebrare quella giornata con delle manifestazioni pacifiche. Queste vennero autorizzate, a condizione che venisse adoperata nessuna bandiera se non quella della Francia. Ciò nonostante, in molte città del Constantinois, una regione al nord-est dell’Algeria, la folla si riunì esibendo degli striscioni che richiedevano la liberazione Messali Hadj e, ripetendo slogan a favore della democrazia, dei cartelli con su scritto « Abbasso il colonialismo » e – sacrilegio agli occhi delle autorità coloniali – bandiere algerine, dai colori ancora non ufficiali dell’indipendenza.
A Sétif, verso le 8 del mattino, migliaia di manifestanti – scout mussulmani, militanti nazionalisti, studenti – invasero le strade cantando l’inno “Min Djibalina” (“Dai nostri monti”). È in questa situazione tesa che un poliziotto francese uccide Bouzid Saâl, un giovane scout di 26 anni, perché si era rifiutato di deporre la bandiera algerina. La sua morte scatena un’ondata di rivolte. Degli Europei sono attaccati e uccisi nella confusione. La rabbia del popolo algerino, nutrita da anni di umiliazione e di miseria, esplode attraverso tutto il Constantinois.
Ma la repressione che segue è sproporzionata, metodica e implacabile. Non prende di mira unicamente i fomentatori di disordini, ma tutta la popolazione algerina, percepita come complice di un sollevamento. L’esercito francese, spalleggiato dalle milizie coloniali, dalla marina e dall’aviazione, avvia un’operazione di terrore. Dei bombardamenti colpiscono i villaggi nell’agglomerato di Kherrata. A Guelma una milizia armata, comandata dal sottoprefetto André Achiary, organizza delle esecuzioni sommarie, arresti di massa, e perfino cremazioni di cadaveri in un forno di calce.
In alcune regioni, gli abitanti sono giustiziati senza processo, semplicemente perché avevano partecipato alle manifestazioni o erano sospettati di farlo. Vengono scavati dei cimiteri di massa. Dei corpi vengono gettati nei burroni o bruciati vivi. I villaggi di Kherrata diventano il teatro di una politica del terrore dichiarata, in cui i coloni sono armati, sostenuti e protetti dalla stessa amministrazione coloniale.
Le autorità francesi non agiscono da sole. Si appoggiano sulle logiche della vendetta, incoraggiati da affermazioni agghiaccianti come quelle del prefetto del Costantina, Lestrade-Carbonnel, che dichiarò ai coloni : « Qualsiasi sciocchezza voi commettiate, io vi coprirò. Signori, vendicatevi ! ».
La violenza dello Stato non si ferma alla repressione; esige l’umiliazione. Alla fine di maggio sono organizzate delle cerimonie di sottomissione: alcuni uomini algerini vengono costretti a prostrarsi davanti alla bandiera francese, ripetendo in coro: « Siamo dei cani. Ferhat Abbas è un cane ».
La “rivolta” dell’8 maggio si trasforma così in pretesto di una vendetta coloniale cieca, volta a riaffermare un ordine imperialistico vacillante. Segna un cambiamento irreversibile: la rottura di qualsiasi speranza di riforma. La violenza dello Stato coloniale sigilla il destino dell’Algeria. I nazionalisti, fino ad allora favorevoli ad una soluzione politica, comprendono che soltanto la lotta armata può far sì che la voce dei colonizzati venga ascoltata.
Come scriverà più tardi Houari Boumédiène, futuro presidente algerino, ancora adolescente all’epoca degli eventi : « Quel giorno sono invecchiato prematuramente. Il mondo è cambiato. Persino gli antenati si sono mossi sotto terra. E i bambini hanno capito che sarebbe stato necessario combattere con le armi in mano per diventare uomini liberi ».
Il bilancio : un abisso di cifre e i silenzio
Una delle ferite più profonde lasciate dai massacri non risiede soltanto nella loro brutalità, ma anche nella persistente incertezza che circonda il bilancio delle vittime. A quarantadue anni di distanza dai fatti, le cifre sono ancora dibattute, rivelando non tanto un disaccordo in materia statistica, quanto una profonda frattura nella memoria, ma anche un disagio politico e morale.
Dal lato delle vittime europee, in realtà, si è raggiunto rapidamente un consenso sui numer i: le autorità francesi hanno registrato 102 morti (di cui 90 nella sola regione di Sétif) e un centinaio di feriti. Questi decessi, pure reali e drammatici, sono stati spesso utilizzati per giustificare la repressione. Il bilancio delle vittime algerine è però vertiginosamente più alto, andando da 1.165 morti secondo il generale Duval, comandante della divisione di Costantina, a 45.000 morti secondo la narrazione ufficiale dell’attuale Stato algerino.
Tra questi due estremi, le stime degli storici oscillano, talvolta prudentemente, tra 5.000 e 30.000 morti. Questa incertezza non è dovuta a una semplice carenza di documenti, ma anche a una volontà deliberata di cancellare le prove. Le autorità francesi hanno cercato molto rapidamente di sottostimare il numero delle vittime. Fin dalle prime settimane, i corpi vengono sepolti in fretta in fosse comuni, gettati nelle gole di Kherrata o inceneriti nei forni da calce, come quello tristemente celebre di Héliopolis, a Guelma. Si vogliono far sparire le prove, e ristabilire la “pace coloniale” non solo con le armi, ma anche attraverso la cancellazione della memoria.
Il lavoro della commissione d’inchiesta Tubert, istituita dal governo provvisorio, viene subito ostacolato. La commissione viene trattenuta ad Algeri per quasi una settimana; impossibilitata a recarsi sui luoghi dei massacri, non potrà stabilire alcun bilancio preciso. A questo blocco amministrativo si accompagna un discorso pubblico che minimizza gli avvenimenti. Nelle sue Memorie di guerra, Charles de Gaulle, allora presidente del governo provvisorio, dedica ai massacri del Constantinois una sola riga, qualificandoli come un semplice «inizio d’insurrezione».
Attorno alle cifre si genera una vera e propria battaglia della memoria. All’indomani dell’indipendenza, il governo algerino adotta la cifra simbolica di 45.000 morti – non solo per onorare il ricordo delle vittime, ma anche per illustrare l’ampiezza dei crimini coloniali. Anche se contestata dalla storiografia, la cifra riflette una realtà vissuta: quella di un trauma di massa, che sta alle fondamenta della coscienza nazionale algerina.
Sul fronte storiografico, gli approcci variano. Jean-Pierre Peyroulou stima che solo nella regione di Guelma siano state uccise tra le 646 e le 2000 persone. Gilbert Meynier e Jean-Louis Planche avanzano una stima che va da 10.000 a 30.000 morti, mentre Charles-Robert Ageron, più prudente, parla di 5.000 a 6.000 morti. La storica Annie Rey-Goldzeiguer, dal canto suo, ricorda che, indipendentemente dalla precisione delle cifre, «il bilancio algerino supera di cento volte quello delle vittime europee», e che ciò basta a qualificare la repressione come un massacro di massa.
Questo divario tra le cifre illumina due silenzi: quello della Francia, che a lungo ha negato o minimizzato i fatti, e quello delle vittime, la cui voce è stata schiacciata dalla paura, dall’esilio o dalla morte. Questo silenzio non è soltanto un oblio. È anche uno strumento politico, utilizzato per preservare il racconto repubblicano e universale di una Francia resistente, portatrice dei valori di libertà ed eguaglianza — un racconto incompatibile con l’idea che, nello stesso momento, quella stessa Repubblica commettesse massacri coloniali su larga scala.
Il bilancio dei massacri dell’8 maggio 1945 non si misura soltanto in morti, ma in assenze : assenza di giustizia, assenza di riconoscimento, assenza di riparazione. Esso testimonia la difficoltà della Francia ad assumere pienamente il proprio passato coloniale, a scrivere una storia condivisa con l’Algeria, senza tabù né gerarchie memoriali. Perché finché questi morti resteranno senza nome e senza una cifra incontestata, la frattura della memoria tra le due rive del Mediterraneo non potrà realmente rimarginarsi.
Perché questo evento è dimenticato ?
Il silenzio che circonda i massacri di Sétif, Guelma e Kherrata non è né casuale né frutto di un oblio fortuito. Esso deriva da una volontà politica deliberata da parte dello Stato francese di nascondere una delle pagine più oscure della sua storia coloniale.
Nel maggio 1945, la Francia era appena uscita dall’Occupazione nazista. Era ancora fragile, ferita, in fase di ricostruzione, e si preparava a rivendicare il suo posto tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Riconoscere che, in quello stesso momento, la Francia “liberatrice” aveva condotto una repressione feroce contro civili in una delle sue colonie avrebbe macchiato quell’immagine eroica accuratamente coltivata.
Nei giorni che seguirono agli eventi, le autorità francesi optarono per una strategia di minimizzazione e giustificazione. Il comunicato del governo generale del 10 maggio 1945 menzionava «elementi turbolenti, di ispirazione hitleriana» e un’«aggressione armata» contro la popolazione francese. Questa narrazione fu costruita per delegittimare le rivendicazioni nazionaliste e per evitare di aprire il dibattito sulla colonizzazione. Il nemico rimaneva «l’indigeno» minaccioso, e non il sistema coloniale stesso.
Questo negazionismo si è perpetuato anche dopo il 1945. Durante la guerra d’Algeria (1954–1962), era impossibile per le autorità francesi tornare sui crimini di maggio 1945 senza legittimare le rivendicazioni indipendentiste del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN). La scuola, i manuali di storia e i media a lungo ignorarono o occultarono l’evento. Bisogna attendere gli anni 1980–90, con l’emergere di una nuova generazione di storici (Benjamin Stora, Jean-Pierre Peyroulou, Annie Rey-Goldzeiguer), perché questa parte di storia cominciasse a emergere nello spazio pubblico francese.
Questo silenzio organizzato ha avuto un prezzo : ha impedito un lavoro di memoria comune e duraturo, lasciando ferite aperte, accumulando risentimenti e consolidando tabù da entrambe le sponde del Mediterraneo.
L'altro 8 maggio 1945 : una memoria in frantumi, una storia non condivisa
Tra Francia ed Algeria, la storia dei massacri dell’8 maggio 1945 è uno dei simboli più potenti di una memoria frammentata e di una narrazione che prosegue su due binari opposti. Da un lato, una memoria algerina che ha elevato questi eventi al rango di mito fondativo dell’indipendenza. Dall’altro, una memoria francese a lungo silenziosa, se non addirittura ostile a qualsiasi forma di riconoscimento.
In Algeria, i massacri di Sétif, Guelma e Kherrata sono tema di insegnamento nelle scuole, commemorati ogni anno e celebrati come il vero punto di partenza della lotta armata per l’indipendenza. La cifra di 45.000 morti, diventata simbolo ufficiale, va oltre il dato statistico: incarna una tragedia nazionale, una ferita intergenerazionale. L’8 maggio 1945 non è solo l’orgoglio nazionale: per aver resistito e tenuto testa. Rappresenta anche il lutto profondo per il sangue versato e il sacrificio umano che questa resistenza ha comportato.
Per gli algerini, la memoria dei massacri è dunque centrale, viva e strutturante. È presente nei discorsi politici, nei racconti familiari, nelle opere artistiche, nei monumenti pubblici. Ha plasmato l’immaginario collettivo della lotta anticoloniale e giustificato, in seguito, il ricorso alla lotta armata fin dal 1954. Kateb Yacine, allora liceale a Sétif, testimonierà: «Lo shock che provai di fronte all’impietosa mattanza che provocò la morte di diverse migliaia di musulmani non l’ho mai dimenticato. Lì si cementa il mio nazionalismo».
In Francia, questa memoria è marginalizzata, divisa e spesso percepita come minacciosa. Quando il tema viene evocato, solleva immediatamente controversie: sui numeri, sulle responsabilità, sul racconto nazionale. Gli eredi dei pieds-noirs, i nostalgici dell’impero, i sostenitori di una lettura eroica della Repubblica, faticano ad accettare che quest’ultima, nel 1945, possa essere stata anche una potenza coloniale capace di uccidere migliaia di civili.
Questa divergenza di memoria genera un’incomprensione persistente tra i due Paesi. Impedisce l’elaborazione di una storia comune, di una verità condivisa, che riconosca la sofferenza di tutti e la responsabilità di ciascuno. Come ha sottolineato Bernard Bajolet, ex ambasciatore francese ad Algeri: « È necessario che i tabù saltino, da entrambe le parti, e che le verità rivelate lascino spazio ai fatti accertati ».
Ma una memoria condivisa presuppone volontà politica, impegno pedagogico, dialogo tra storici, tra Stati, tra popoli. E presuppone anche accettare che la storia coloniale non è un semplice «episodio», ma una struttura storica che ha plasmato identità, rapporti di potere e discriminazioni — fino ad oggi.
Il riconoscimento dell’8 maggio 1945 come crimine dello Stato francese resta incompleto. Ma è essenziale, perché si possano costruire relazioni franco-algerine pacificate; per uscire dalla logica del risentimento e entrare in quella della verità. Solo a queste condizioni la Storia potrà smettere di essere una frattura e diventare un ponte.
Perché Francia fatica così tanto a riconoscere i propri crimini ?
La difficoltà della Francia a considerare i massacri di Sétif, Guelma e Kherrata come veri crimini coloniali non riguarda solo numeri o parole. Riflette piuttosto una profonda crisi identitaria, il rifiuto di de-colonizzare la memoria nazionale e la tensione tra il racconto eroico della Repubblica e la realtà violenta del suo impero.
La storia coloniale resta, per molti, una storia vergognosa che si preferisce ignorare. Per decenni è stata raccontata come la «missione civilizzatrice» di un impero illuminato che portava strade, scuole e ospedali ai popoli “arretrati”. Ammettere i massacri del maggio 1945 significherebbe incrinare questa leggenda, e riconoscere che la Repubblica che difendeva i diritti dell’uomo poteva calpestare quegli stessi diritti nelle colonie, con una brutalità pari a quella che denunciava altrove.
C’è poi una paura politica, quella di aprire una vera e propria scatola di Pandora della memoria. Riconoscere quei massacri implicherebbe dover fare i conti anche con altre ferite storiche: schiavitù, genocidi coloniali in Madagascar o in Indocina, torture durante la guerra d’Algeria, la repressione del 17 ottobre 1961 a Parigi…. Il rifiuto a riconoscere non è quindi solo una questione di passato: è una scelta politica contemporanea, di una Repubblica che teme di incrinare le fondamenta simboliche della propria unità.
A questo si aggiunge il rifiuto di assumersi una responsabilità collettiva. Ammettere questi crimini significherebbe riconoscere il ruolo non solo dell’esercito, ma anche delle istituzioni, dei prefetti, dei funzionari, dei coloni – in altri termini, l’implicazione sistemica dello Stato. Non si trattò di errori isolati o eccessi momentanei, ma di una repressione pianificata e sostenuta dai vertici del potere.
Infine, la frattura interna alla memoria della società francese complica ogni tentativo di riconoscimenti. Le memorie concorrenti – quella degli ex coloni, degli harkis, degli immigrati algerini, di militari, dei repubblicani universalisti – si affrontano nello spazio pubblico. Ogni gruppo difende la propria versione della storia. I politici, stretti tra queste pressioni contraddittorie, si trovano spesso a tergiversare, o si limitano a mezze misure simboliche.
Il risultato? Una Francia paralizzata dalla paura di guardarsi allo specchio, intrappolata in un racconto mutilato, incapace di chiamare con il proprio nome ciò che è accaduto: massacro, repressione di Stato, crimine coloniale.
Per una memoria condivisa
Il riconoscimento dei massacri del maggio 1945 non è una questione solo per gli storici o i diplomatici. Esso riguarda la nostra capacità collettiva di pensarci e viverci come una società, di guardare insieme ciò che ci divide per ricostruire ciò che potrebbe unirci. Perché una memoria condivisa non significa una memoria unica: significa riconoscere reciprocamente dolori, ingiustizie, verità talvolta scomode, ma necessarie.
Non si tratta di designare un colpevole eterno, né di fare della colpa storica il fondamento del rapporto tra Francia e Algeria. Si tratta, al contrario, di uscire dalla spirale dei non detti, delle ferite represse, delle memorie compartimentate.
Questo processo passa attraverso :
Un lavoro storico comune: ricercatori da entrambi i lati devono poter lavorare liberamente sugli archivi, confrontare i loro approcci, incrociare i racconti, lontano da pressioni politiche o ideologiche.
Una trasmissione educativa onesta: i manuali scolastici francesi devono integrare questi eventi non come una semplice nota a piè di pagina, ma come componente essenziale della storia di Francia. Allo stesso modo, le giovani generazioni algerine devono poter affrontare questo periodo con uno sguardo critico, al di là del racconto eroico.
Gesti simbolici forti: riconoscimento ufficiale, commemorazioni condivise, omaggi alle vittime, monumenti, nomi di vie… perché la memoria passa anche attraverso lo spazio pubblico, il visibile, l’incarnazione.
Un dialogo tra memorie: coinvolgere i discendenti delle vittime algerine, ma anche gli ex combattenti, le famiglie dei pieds-noirs, i figli dell’immigrazione… Tutti sono stati toccati, a modo loro, da questa storia comune. Non si tratta di contrapporre le memorie, ma di farle dialogare.
Nel 2012, ad Algeri, François Hollande ha pronunciato parole molto significative : « Per 132 anni l’Algeria è stata soggetta a un sistema profondamente ingiusto e brutale, questo sistema ha un nome: la colonizzazione ». Queste parole rappresentano un gesto importante, ma che necessita di essere proseguito. Il tempo dei discorsi non basta più : servono azioni concrete e durature, affinché questa memoria condivisa non sia una formula vuota, ma un percorso vivo.
In definitiva, questa storia è anche quella della Francia di oggi.
È inscritta nei nomi, nei volti, nei quartieri, nelle lingue, nelle culture che compongono la Repubblica. Fare memoria significa anche fare giustizia. E fare giustizia significa iniziare a costruire la pace.
Per continuare la lettura,
Lessico
Colonialismo : Sistema politico, economico e ideologico attraverso il quale un paese domina un altro, assumendone il controllo politico e sfruttandone le risorse. In Algeria, la colonizzazione francese (1830–1962) ha imposto una società gerarchizzata e discriminatoria, a tutto profitto della minoranza europea.
Indigeno : Termine amministrativo coloniale usato per designare le popolazioni autoctone non europee, in particolare in Algeria. Questa parola, portatrice di connotazioni razziste, riflette la gerarchizzazione legale e simbolica della società coloniale.
Scouts musulmani algerini : Organizzazione giovanile fondata negli anni ’30, fortemente impregnata di patriottismo e valori educativi, che ha avuto un ruolo nell’educazione dei giovani nazionalisti. Ne era membro Bouzid Saâl, primo morto dell’8 maggio 1945.
Ferhat Abbas : Farmacista e uomo politico algerino, inizialmente moderato, fondatore dell’Associazione degli Amici del Manifesto e della Libertà (AML). Si allontanerà dal riformismo dopo i massacri del 1945 e aderirà al Fronte di Liberazione Nazionale (FLN) durante la guerra d’indipendenza.
Messali Hadj : Considerato il padre del nazionalismo algerino moderno, fondatore del Partito del Popolo Algerino (PPA). Deportato nell’aprile 1945, il suo arresto fu uno dei fattori scatenanti delle manifestazioni dell’8 maggio.
AML (Associazione “Amici del Manifesto e della Libertà”) : Movimento politico creato nel 1944 per rivendicare l’uguaglianza dei diritti tra musulmani ed europei e l’autonomia dell’Algeria nell’ambito francese. Riunisce nazionalisti, riformisti e religiosi.
Narrazione nazionale : Costruzione simbolica e politica della storia di un paese, spesso centrata su valori positivi. In Francia, questo racconto glorifica la Resistenza, la Rivoluzione e l’Illuminismo, lasciando poco spazio alle pagine oscure, come la colonizzazione.