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Hannah Arendt e la crisi israelo-palestinese : un’eredità critica attuale

  • il y a 4 jours
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Scoppiato dopo la creazione dello Stato d’Israele nel 1948, il conflitto israelo-palestinese continua ancora oggi, presentandosi come uno dei più persistenti e complessi dell’età contemporanea. La filosofa tedesca di origini ebraiche Hannah Arendt si è fin da subito subito impegnata ad analizzarne cause e dinamiche, sostenendo talvolta posizioni controverse.


Il contesto storico el 1948 : la creazione dello Stato d'Israele e la Nakba


Nel 1948, la dichiarazione d’indipendenza dello Stato d’Israele segna una svolta storica per il popolo ebreo. In quello stesso anno, l’estinzione del mandato britannico sulla Palestina lasciò un territorio da dividere. Un piano di partizione proposto dalle Nazioni Unite nel 1947 prevedeva la creazione di due Stati, uno ebreo e l’altro arabo. Il piano era stato accettato dai dirigenti sionisti, ma rigettato dai dirigenti arabi, che vi vedevano un’ingiustizia nei confronti della popolazione maggioritaria.


Il 14 maggio 1948, David Ben Gourion proclamò la creazione dello Stato d’Israele. Per il movimento sionista, fu il compimento di un progetto avviato alla fine del XIX secolo e volto a stabilire un territorio per gli Ebrei in risposta alle persecuzioni antisemite e all’Olocausto. Tuttavia, la dichiarazione di indipendenza scatenò quasi immediatamente un conflitto. Gli eserciti di diversi stati arabi limitrofi (Egitto, Giordania, Siria, Iraq e Libano) dichiararono guerra contro la nuova formazione politica. Tale conflitto, conosciuto come guerra arabo-israeliana, occupò gli anni 1948-49 e si concluse con la vittoria di Israele, ma anche con profondi sconvolgimenti a livello umanitario e politico.


Durante la guerra, infatti, la popolazione palestinese subì quello che sarebbe poi passata alla storia con il nome di Nakba (“catastrofe” in arabo): più di 700000 Palestinesi furono deportati o forzati a scappare dalle loro abitazioni, spesso a seguito di violenze, di espulsioni organizzate o per timore degli scontri. Numerosi villaggi palestinesi furono distrutti, alcuni completamente rasi al suolo, e molti abitanti dispersi nei paesi vicini o dentro campi-profughi. Tra gli episodi più drammatici di questa tragedia si ricorda il massacro di Deir Yassin, dove i membri dell’Irgoun, un’organizzazione paramilitare, e del gruppo terroristico Stern attaccarono un villaggio palestinese, uccidendo centinaia di uomini, donne e bambini .


Mentre Israele descrisse questi eventi come una conseguenza inevitabile della guerra, per i Palestinesi la Nakba rappresentò un vero e proprio atto di espropriazione sistematica. Fu un momento che radicò nella memoria collettiva un profondo senso di ingiustizia e di perdita. Fornì inoltre la base per le rivendicazioni palestinesi per il “diritto al ritorno”, sancito come diritto fondamentale dell’uomo dalla risoluzione 194 delle Nazioni Unite. Questo resta ancora oggi un punto focale del conflitto. 


La creazione di Israele trasformò radicalmente il paesaggio politico del Medio-Oriente. Per gli ebrei di tutto il mondo, fu una vittoria storica, la promessa di un rifugio dopo secoli di persecuzioni culminate con l’Olocausto. Ma nel mondo arabo, la proclamazione di questo Stato fu percepita come un atto coloniale imposto dalle potenze occidentali. Questo ha generato, in seno al nazionalismo arabo, un’opposizione duratura e un forte risentimento per quella che era stata percepita come un’umiliazione collettiva.


Il piano di partizione del 1947, sebbene mai pienamente realizzato, rimane un punto chiave per comprendere la situazione attuale. La mancata creazione di uno Stato palestinese, unita alle vittorie militari di Israele che hanno ampliato il territorio ben oltre le linee previste dall’ONU, ha lasciato i Palestinesi senza una nazione riconosciuta. Questo squilibrio iniziale ha gettato le basi delle tensioni geopolitiche e dei cicli di violenza che persistono ancora oggi.


La lettera al New York Times : una rivendicazione di sovranità e i legittimità


Il 2 dicembre 1948, una lettera aperta firmata da diversi intellettuali ebri, tra cui Hannah Arendt e Albert Einstein, venne pubblicata sulle pagine del New York Times. Il testo denunciava la visita di Menahem Begin negli Stati Uniti e metteva in guardia contro i pericoli rappresentati dal suo partito, il Tnuat Haherut (o Partito della Libertà), erede dell’Irgon. La lettera, attraversata da una profonda preoccupazione per gli sviluppi politici interni a Israele, voleva allertare l’opinione pubblica americana su quelle che venivano qualificate come minacce fasciste in seno allo stesso Stato appena creato.


Gli autori della lettera espressero la loro inquietudine riguardo all’emergenza del Partito della Libertà, che veniva comparato senza mezzi termini ai regimi totalitari europei : 


«Tra i fenomeni politici più preoccupanti dei nostri tempi, vi è l’apparizione del Partito della Libertà nel recentemente creato Israele (…) un partito politico che nella sua organizzazione, nei suoi metodi, nella sua filosofia politica e nel suo appello sociale, si dimostra strettamente affine ai partiti nazisti e fascisti »


La lettera mette in luce i legami ideologici e storici tra il Tnuat Haherut e l’Irgoun, quest’ultimo responsabile di atti di terrorismo in Palestina, tra cui il massacro di Deir Yassin. I segnatari ricordano che le centinaia dei vittime : 

« Bande di terroristi hanno attaccato questo villaggio pacifico, che non era un obiettivo militare nel conflitto, hanno ucciso la maggior parte dei suoi abitanti – 240 uomini, donne e bambini – e ne hanno tenuti in vita alcuni per farli sfilare come prigionieri nelle vie di Gerusalemme.»


Tra gli obiettivi principali della lettera c’era quello di opporsi ai tentativi di Begin per ottenere un supporto finanziario e politico dagli Stati Uniti. I segnatari esortavano il pubblico americano a esaminare gli obiettivi del Partito della Libertà e a opporsi a qualsiasi tipo di collaborazione con i suoi dirigenti.


« Prima che danni irreparabili vengano causati da contributi finanziari, che rappresenterebbero una pubblica manifestazione di sostegno a Begin, e prima di trasmettere in Palestina il messaggio che gran parte dell’America sostiene gli elementi fascisti in Israele, la popolazione americana deve essere informata sul passato e gli obiettivi del signor Begin e del suo movimento.»

La lettera criticava anche il modo in cui Begin tentava di dissimulare le vere intenzioni del suo partito dietro un discorso di facciata :

« Oggi parlano di libertà, di democrazia e di anti-imperialismo, mentre fino a poco tempo fa hanno sostenuto espressamente la dottrina dello Stato fascista »


Per Arendt e gli altri segnatari, questa lettera era molto di più che un semplice avvertimento. Era un atto politico, volto a difendere degli ideali universali di giustizia e a proteggere lo Stato d’Israele da derive nazionaliste e autoritarie che si riteneva potessero compromettere la sua legittimità e i suoi valori fondamentali. La lettera sottolinea : 

«Questo è il timbro inconfondibile di un partito fascista per il quale il terrorismo (contro gli Ebrei, gli Arabi, e anche contro i Britannici) e le dichiarazioni mendaci sono i mezzi. L’obiettivo è uno “Stato Leader”.»


La lettera fu ben accolta entro alcuni circoli progressisti degli Stati Uniti, ma suscitò anche reazioni energiche tra i sostenitori di Begin e i sionisti conservatori; resta un documento chiave per comprendere i dibattiti interni alla comunità ebrea internazionale su temi del sionismo, della politica israeliana e dei rischi legati all’estremismo politico.


Lo sguardo di Hannah Arendt : tensioni etiche e politiche attorno alla fondazione del nuovo stato


Hannah Arendt, filosofa politica la cui rilevanza è riconosciuta a livello internazionale, ha dedicato una grande parte dei suoi scritti alla questione ebraica, al sionismo e alla fondazione dello Stato d’Israele. Sebbene profondamente impegnata a difendere l’idea di un rifugio per gli Ebrei dopo le persecuzioni subite, si mostrò al contempo critica nei confronti di come il progetto sionista era stato concretizzato. Le sue posizioni sulla questioni israelo-palestinese, spesso sfumate e perfino contraddittorie, riflettono uno sforzo sincero di riflessione attorno alle complesse implicazioni della giustizia, della sovranità e della coesistenza pacifica tra popoli. 


Arendt era consapevole dell’importanza di un rifugio per gli ebrei perseguitati, soprattutto durante l’Olocausto. Sosteneva l’idea di uno spazio in cui potessero vivere in sicurezza, preservando e sviluppando la propria cultura. Tuttavia, riteneva anche che la creazione di una patria nazionale non dovesse realizzarsi ai danni delle popolazioni arabe della Palestina. Piuttosto, Arendt considerava una cooperazione tra Ebrei e Arabi essenziale per garantire una coesistenza pacifica e duratura nella regione. Guardava invece con un certo scetticismo la creazione di uno Stato ebraico fondato su basi etniche. In un articolo del 1948, la filosofa scriveva : “Uno Stato ebraico, se mai verrà istituito, non potrà sopravvivere se non militarizzandosi e rendendosi dipendente da un qualche supporto esterno”.


La preoccupazione di Arendt era che una sovranità etnica sulla Palestina implicasse un conflitto permanente con la popolazione araba locale e le nazioni vicine, che avrebbe isolato gli Ebrei dal resto del mondo; temeva che questa linea d’azione potesse condurre a un nazionalismo esclusivo, incompatibile con quelli che erano gli ideali di universalità e di giustizia della filosofa. 

Già prima, Arendt si era opposta al piano di partizione del 1947, che riteneva avrebbe solo rafforzato le divisioni etniche e territoriali. Sosteneva piuttosto uno stato binazionale, dove Ebrei ed Arabi potessero coesistere senza gerarchie né diseguaglianze. Ma un’idea di questo tipo, benché sostenuta anche da altre figure intellettuali del tempo, venne largamente ignorata, in un contesto di crescenti tensioni tra le due comunità.


Sconvolta dai metodi adottati da alcune fazioni sioniste per stabile e difendere lo Stato, la filosofia denunciò con forza i massacri di civili palestinesi come quello di Deir Yassin, così come l’espulsione di massa della popolazione araba. In una lettera a un amico, parlò di “tragedia morale”, sostenendo che azioni di questo non avrebbero fatto altro che minare le basi etiche del nuovo Stato. Le sue critiche si rivolgevano anche all’Irgoun e al gruppo Stern, che accusava di promuovere una visione fascista del sionismo e la cui influenza sulla politica israeliana riteneva una minaccia per i principi democratici e umanisti che lo Stato avrebbe dovuto incarnare.


L’opposizione di Arendt allo Stato di Israele fu, però, tutt’altro che assoluta. Sostenne Israele durante le guerre del 1967 e del 1973, ritenendo che il paese avesse il diritto di “difendersi dai suoi nemici”. Tuttavia, restò critica nei confronti dell’occupazione dei territori palestinesi dopo il 1967, che vedeva come una minaccia per l’integrità morale dello Stato e una fonte di instabilità à lungo termine. Gli scritti arendtiani su Israele oscillano dunque tra ammirazione e condanna. Pur salutando con favore i successi economici, intellettuali e sociali dei pionieri sionisti in Palestina, denunciava al contempo quella che percepiva come una deriva autoritaria e un mancato riconoscimento dei diritti delle popolazioni arabe.


Arendt non considerava la questione ebraica come un semplice problema nazionale, ma come una questione che meritava anche un’attenzione filosofica, in quanto coinvolgeva idee di giustizia, di coesistenza tra popoli e di umanità. Per la filosofa, la fondazione di Israele avrebbe dovuto rappresentare un’occasione per istanziare i valori della democrazia e dell’inclusione.

Per questo dichiarava, sotto forma di un avvertimento, che la sopravvivenza del nuovo Stato sarebbe dipesa “dalla sua capacità a superare le logiche dell’esclusione e a riconoscere la piena umanità dei suoi vicini”.


Israele e Palestina oggi : attualità della riflessione filosofica


Le riflessioni di Arendt sullo Stato d’Israele, la Palestina e il sionismo continuano a essere illuminanti nel dibattiti sul conflitto arabo-israeliano. I suoi ammonimenti contro il nazionalismo esclusivo, l’occupazione e la militarizzazione eccessiva dello Stato ebraico risultano più che mai attuali se visti alla luce delle dinamiche politiche e sociali contemporanee. La principale critica di Arendt nei confronti di uno Stato ebraico fondato sulla sovranità etnica risuona con la situazione contemporanea. Oggi, lo Stato d’Israele si definisce al contempo come “ebraico” e “democratico”, e questa doppia identità esprime delle profonde contraddizioni. La politica dell’occupazione dei territori palestinesi, l’espansione delle colonie in Cisgiordania, e il trattamento differenziato dei cittadini arabi in Israele illustrano delle tensioni tra democrazia ed esclusivismo etnico. Arendt avrebbe senza dubbio criticato la Legge dello Stato-nazione adottata nel 2018 che, definendo esplicitamente Israele come la “casa del popolo ebraico”, marginalizza ulteriormente i cittadini arabi. Questa legislazione, percepita da molti come discriminatoria, conferma i dubbi della filosofa riguardo la possibilità di una democrazia pienamente inclusiva nel quadro di un nazionalismo esclusivo su basi etniche e religiose.


Arendt aveva espresso le sue preoccupazioni riguardo la militarizzazione, che vedeva come una conseguenza inevitabile della partizione e della guerra del 1948. La sua posizione rimane pertinente in un periodo storico in cui Israele mantiene un’occupazione militare in Cisgiordania e impone un blocco sulla Striscia di Gaza. L’occupazione non è solo una fonte di sofferenza per i Palestinesi, ma anche una minaccia per l’integrità etica e l’identità dello stesso Stato israeliano. Gli abusi commessi dall’esercito, la demolizione delle case palestinesi e le restrizioni imposte a milioni di persone contribuiscono alla percezione di Israele come uno Stato oppressore. Esattamente il contrario dell’ideale umanistico che Arendt auspicava. 


La Striscia di Gaza, descritta come una “prigione a cielo aperto”, illustra le preoccupazioni di Arendt riguardo l’erosione dei valori umani in un conflitto prolungato. A partire dagli anni 2000, il blocco imposto da Israele ed Egitto, combinato alle violenze ricorrenti, ha provocato una grave crisi umanitaria. Gli abitanti di Gaza, che vivono in condizioni di povertà estrema e senza accesso regolare all’elettricità o all’acqua potabile, incarnano il costo umano di un conflitto irrisolto, conseguenza delle ideologie nazionaliste ed escludenti che Arendt denunciava.

Le critiche della filosofa risultano particolarmente appropriate in un contesto dove il discorso politico in Israele e nei territori palestinesi si radicalizza. Nei territori palestinesi, la disperazione di fronte all’occupazione e all’assenza di prospettive politiche favorisce la crescita di gruppi radicali, rendendo la risoluzione del conflitto ancora più difficile.

Hannah Arendt attribuiva grande importanza alla memoria e alla responsabilità storica.


E, in effetti, ancora oggi la memoria della Nakba resta un punto di tensione maggiore nel conflitto. Mentre una parte del mondo spinge verso un riconoscimento ufficiale delle sofferenze palestinesi passate e presenti, il governo israeliano ha spesso posto delle barriere in questo senso. La frammentazione della memoria, che consegue a questo mancato riconoscimento, rende impossibile un dialogo autentico tra le due parti e consolida una percezione conflittuale della storia. Infine, le soluzioni progettate per risolvere il conflitto sembrano sempre più lontani dagli ideali sostenuti dalla filosofa. L’opzione dei due Stati, a lungo considerata come la via per la pace, è oggi resa precaria dall’espansione continua delle colonie e dal rifiuto di un dialogo politico effettivo.


L’opzione di uno Stato binazionale, in linea la visione inclusiva di Arendt, è invece rigettata sia dai leader israeliani che palestinesi. La filosofa, che non ha mai smesso di sottolineare l’importanza di sorpassare le divisioni etniche per abbracciare un ideale di giustizia universale e pluralista, con tutta probabilità avrebbe visto nell’attuale conflitto una tragica illustrazione di quello che accade quando un approccio puramente nazionalista prevale su valori umani fondamentali. I suoi scritti invitano a reimmaginare la dinamica israelo-palestinese non in termini di conflitto etnico, ma come un’opportunità per costruire una società fondata sulla cooperazione, l’uguaglianza e il mutuo riconoscimento. 

Per continuare la lettura,



Lessico


Nakba : In arabo «catastrofe», indica l’esodo di passa di più di 70000 Palestinesi a seguito della creazione dello Stato d’Israele nel 1948 e della distruzione di alcuni villaggi palestinesi


Sionismo : Movimento politico e ideologico nato alla fine del diciannovesimo secolo con l’intento di creare un territorio nazionale per gli ebrei in Palestina, in risposta alle persecuzioni e all’antisemitismo. 


Irgoun : Organizzazione paramilitare sionista attiva durante il mandato britannico in Palestina. Responsabile degli attacchi contro i Britannici e gli Arabi, ma anche del massacro di Deir Yassin nel 1948.


Tnuat Haherut (Partito della Libertà): Partito politico israeliano fondato da Menahem Begin nel 1948,  e che raccoglie l’eredità dell’Irgoun.


Piano di partizione della Palestina : Piano proposto dall’ONU con lo scopo di dividere il territorio palestinese in due Stati, uno dei quali ebreo e l’altro arabo, con Gerusalemme sotto l’amministrazione internazionale.


Deir Yassin : Villaggio palestinese dove, nell’aprile del 1948, le forze militari dell’Irgun e del gruppo Stern uccisero centinaia di civili. Il massacro è diventato un simbolo della Nakba.


Legge dello Stato-Nazione : Legislazione adottata dalla Knesset israeliana nel 2018, e che identifica Israele come lo «Stato-nazione del popolo ebraico».


Blocco di Gaza : Un insieme di misure imposte dal 2007 da Israele ed Egitto per limitare la circolazione di beni e persone da e verso la striscia di Gaza. La risoluzione ha provocato una grave crisi umanitaria.



 
 
 
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